Dietro le quinte, di fronte al mondo
Vita vissuta per l’arte. Amore per il teatro e per le piccole cose, le immagini e i sapori, il profumo del quotidiano, la gente, i luoghi del suo lavoro di scenografo alla Scala dal 1946 e nei maggiori teatri del mondo, ma anche di pittore eclettico per la varietà degli stili e delle tecniche utilizzate.
Antonio Molinari è questo, un artista che per scelta ha preferito vivere “dietro le quinte”, dietro quelle sue imponenti scenografie che hanno fatto la storia del teatro lirico del Novecento: un uomo semplice col suo temperamento carico di entusiasmo e con la sua personalità passionale e sensibile, osservatore e magico interprete del mondo.
Un artista che si è formato lavorando molti anni a Milano (dal 1933), dipingendo su bozzetti propri e su quelli di Picasso, De Chirico, Savinio, Carrà, Sironi, Casorati e molti altri maestri artisti.
Perché per lui “la pittura è una magnifica amante”, ma anche un mezzo di esplorazione delle potenzialità tecniche del materiale e come approfondimento rivolto al sociale.
Molinari è senza dubbio un artista che ha voluto affrontare le sfide della modernità e le riflessioni concettuali di certo astrattismo, rimanendo tuttavia saldo sull’indubbio piacere della pittura di rappresentazione. Pur nella varietà degli stili dettati dall’esuberanza creativa e dal susseguirsi dei richiami del mondo artistico, Molinari nel corso di decenni di pittura si è tenuto fedele al sobrio rigore del segno e ad una meditata riflessione sul colore.
Partecipe delle scoperte del contemporaneo, Molinari è riuscito a mantenere integra una pittura che ha avuto come elemento unificante una profonda umanità del suo essere, percepibile nelle atmosfere calde dei suoi dipinti, nel rispetto dei soggetti, nell’equilibrio delle strutture compositive.
Allievo di Palanti e Comelli, Antonio Molinari si diploma all’Accademia di Brera dove dal 1962 al 1973 sarà a sua volta insegnante di Scenotecnica per il corso di scenografia.
Tra le primissime opere presenti in questa antologica un piccolo bozzetto del periodo accademico a Brera: Putto (1916) realizzato dalla giovane mano ad evocare la classicità, l’amore e l’ispirazione che ogni artista ha avuto nelle diverse epoche per i grandi maestri del passato.
Uno squarcio autobiografico di grande intensità è il ritratto A mia madre datato 1934, un’opera in cui Molinari definisce con i tratti e il segno il carattere forte e autoritario della madre.
Ed è con la stessa capacità espressiva che questo indiscusso quanto poco celebrato maestro del Novecento dipinge se stesso nell’Autoritratto (un olio su compensato) del 1934, in cui nella posizione di tre quarti e con uno sguardo carico di allusione e fascino coglie l’anima del suo stesso vivere, della sua capacità di osservatore fantasioso, di interprete coscienziosamente poetico della scena del mondo. Stereotipo di una evocativa bellezza interiore che si traduce in un sorriso malizioso è invece il Ritratto di Maria de Wilde (1944).
Sul finire del conflitto mondiale Antonio Molinari è al teatro di Vienna ed è l’unico artista italiano che assiste allo sfondamento del fronte nell’ex città imperiale austriaca da parte dell’Armata rossa. Realizza sul posto, mentre le bombe distruggono la città, almeno 70 disegni, tutti andati dispersi ad esclusione di un acquerello (50 x 70) oggi conservato nella collezione del comune di Vienna.
In questa mostra si può però contemplare l’altra Vienna, quella della vita dell’artista che ritrae il luogo del suo soggiorno, dalla stanza in cui vive: Vienna “pianerottolo” 1945.
E’ un’antologica in cui si ripercorrono le tappe fondamentali del suo cammino artistico, che ha visto il suo genio creativo operare per lunghi anni nella Milano in pieno sviluppo economico industriale: qui la sua pittura sembra accelerare i ritmi, i colori diventano elemento di strutture vorticose e complesse e sulle sue tele si addensa la storia sociale che si è sviluppata in tutto secolo scorso.
Non è possibile scrivere la storia della Scala senza raccontare la storia di un macrocosmo come la città di Milano; Molinari descrive la città lombarda dal suo punto di osservazione, il teatro stesso da cui la città giunge attutita: è un’infinita teoria di tetti, torri e ciminiere che varia e cresce traducendo in un particolare e distaccato linguaggio il pulsare della vita cittadina. In Milano, una veduta realizzata ad olio su carta nel 1958, la città è vista infatti da uno scorcio particolarissimo, come i finestroni del teatro, che la trasforma in impressioni di colore paesaggistico.
Tuttavia Molinari non si rinchiude nella sua magica atmosfera del teatro e delle grandi rappresentazioni, ma guarda al Novecento e all’arte dei contemporanei. E sullo sfondo di grandi propositi e di ferme volontà, si insinua la sensualità dannunziana, il gusto letterario per l’effetto forte carico di simboli e spiritualismi, di una realtà non soggetta alla pura ragione ma esaltata e al contempo “inquinata” da magiche forze interiori. Ne è un significativo esempio il Nudo datato 1965 in cui si nota un chiaro influsso e una probabile contaminazione derivata dal genio livornese Amedeo Modigliani e dalla sue sintetiche, sinuose figure allungate.
E del 1965 è un Don Chischotte che si staglia su un cielo rosso fuoco, soggetto che nella sua sintesi formale e coloristica ci parla ancora dello scenografo, dell’ uomo che ha conosciuto attraverso l’arte del palcoscenico miti e leggende della letteratura. Non finiscono le contaminazioni: un altro esempio di parallelismo e conoscenza dell’arte del suo tempo è Porta Ticinese (1970): un’opera che ricorda l’atmosfera dei celebri tetti di “Bagheria” di Guttuso.
Dal piccolo bozzetto dal titolo “Scala Ballerine” (1972) emerge il vero volto della Scala, inteso come ambiente di lavoro, in cui Molinari tralascia la descrizione del grande teatro nello splendore delle grandiose rappresentazioni, ma si sofferma sulla minuta descrizione dei particolari, angoli, porte, sale, teorie di travature e, non ultime, due piccole protagoniste: le ballerine durante le prove. Un’immagine viva del teatro di cui l’artista riesce a trasmetterci quel senso di “familiarità” che lo lega a questo affascinante mondo.
Coinvolti nella surreale consistenza della composizione, Le confidenti (1973) ci appaiono come due figure scure rivolte una verso l’altra, in un dialogo di un cupo e quasi percettibile silenzio. Ma subito dopo ci caliamo nella realtà quotidiana del clima da festa, del pranzo della domenica con Pollo e pomodori (1975) e con un raffinato tocco coloristico riassunto in Melograno (1978), incisivo nei rossi e viola del frutto maturo e succoso.
Lampade e anfore a carboncino (senza data) è l’altro saggio, su carta lacerata e consumata dal tempo, del talento nel disegno di un maestro che tra le arti è legato indissolubilmente anche alla musica. Per questo disegna nel 1981 Violino, una natura morta con uno strumento che emette malinconiche sonorità per affiancarlo a una lanterna, una brocca, un frutto e altri melograni.
Dal figurativo all’informale, l’eclettico Molinari sperimenta la sintesi tra forma e colore in un’Informale (1984) e in una composizione del 1969 da cui desumiamo figure umane stilizzate su uno sfondo multicolore.
L’opera di Antonio Molinari è un’incandescenza emotiva, psicologica, espressiva, che con un imponente corpus artistico denso e qualificato, si impone oggi nell’arte dei maestri del Novecento.
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Antonio Molinari - La pittura è una magnifica amante

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  Critiche - 07/08/2004