Ferdinando Chevrier
(dal Tirreno, Cultura)
Un frammento che si estende virtualmente all’infinito. Nel “nuovo” modo di concepire l’arte figurativa compito del dipingere è far coincidere il quadro con il tempo di esecuzione. Una pittura che documenta se stessa, con una fedele registrazione delle varie fasi e una coraggiosa scelta “di campo” che Ferdinando Chevrier ha compiuto con la sua adesione al MAC (Movimento arte concreta), il più ampio e organizzato gruppo che si sia dedicato all’arte astratta e in seguito alle poetiche imperanti dell’informale. Livorno dedica alla sua esperienza artistica la mostra «Ferdiando Chevrier: vivere l’immaginario», in corso fino al 2 febbraio ai Bottini dell’Olio in viale Caprera. Oltre cento opere presentate per la prima volta dal curatore Marco Giraldi e dell’omonima galleria con cui il Comune ha realizzato l’antologica.
Una stagione ampia dell’artista livornese, che Alberto Veca nell’introduzione critica definisce come una raffinata “variazione su tema del segnare le proprie coordinate esistenziali”. Percorrendo il salone dell’antico struttura settecentesca nel quartiere Venezia, con le opere di Chevrier (nato a Livorno nel 1920) suddivise in tre sezioni a partire dai tardi anni 40, si noterà che nella sua recente produzione emerge, sul fondo tutto colore, una figura centripeta che si converte in una calligrafia lineare in cui prevale il verso della scrittura rispetto alla fisionomia del singolo segno. Un percorso espositivo che si apre con le primissime opere figurative di matrice neocubista, per proseguire con le opere del tipico astrattismo geometrico di Chevrier, centrato sul rapporto dinamico tra fondo e figura e passare poi ai quadri definiti “informali”, del periodo compreso fra il 1955 e i primi anni del nuovo decennio. L’antologica presenta inoltre una serie di dipinti dell’artista livornese realizzati negli anni Sessanta e Settanta e si conclude con le opere più recenti.
Decomporre in elementi semplici, intelligibili, l’oggetto e poi riproporlo “interpretato” costituiscono per Crevrier l’esercizio che, se non allontana lo sguardo indagatore da ciò che lo circonda, lo sottopone però a un’indagine interpretativa votata all’essenzialità. Opzione che costituisce uno “strappo” nei confronti di una tradizione regionalistica e un’apertura a ciò che di più innovativo la ricerca delle prime avanguardie europee aveva prodotto. Poi la svolta verso l’arte astratta e l’adesione al Mac. Ed è la relazione tra spazio-tempo e forma assunta, che costituisce una formula ricorrente nel fare di Chevrier con un linguaggio che si traduce in scelte a cui l’artista si mantiene fedele: nessun paesaggio, nessuna sua eco influenzano una pittura che trasforma un’ipotesi d’architettura nel gioco retorico della “ripetizione”.
In gioco sono gli elementi fondamentali dell’immagine come illustrazione, nell’individuazione di un fondo e di una figura, dell’identità di quest’ultima, fra massa compatta e corpo articolato in “membra” di analoga funzionale fattura. Anche nell’apparente disordine delle opere degli anni ’50 e ’60, vengono conservate alcune regole ereditate dal passato e che saranno ricorrenti anche negli esiti successivi: una costruzione del quadro basata da una figura centrale, un “nucleo” centripeto da cui dipartono traiettorie in progressivo esaurimento o, all’opposto diversi centri che all’interno dello stesso campo, ripropongono un’analoga dinamica.
La mostra è accompagnata da un catalogo con i testi di Alberto Veca (Figure del dipingere) e di Mattia Patti (Dal neo cubismo all’informale: i primi dieci anni dell’eperienza artistica di Chevrier) e una ricca antologia critica, pubblicata per volere dello stesso Chevrier.

Ferdinando Chevrier: vivere l’immaginario; Bottini dell’Olio, Viale Caprera (quartiere Venezia)
Fino al 2 febbraio (chiusura lunedì 24, 25 e 26 dicembre e 1 e 6 gennaio). Orario 10-13 e 16-19.
Catalogo a cura di Marco Giraldi, edito da Benvenuti e Cavaciocchi, Livorno
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  Recensioni - 03/12/2002