Sui binari dell’esistenza - Intervista a Daniel Schinasi


Daniel Schinasi

 
Cordiale nei modi, esuberante nel parlare, sensibile e sempre aggiornato sui fatti del mondo, Daniel Schinasi ci accoglie come si accoglie un amico nella sua dimora d’artista a Casino di Terra, una piccola frazione nel comune di Cecina, dove il verde della campagna e lo scorrere vicino del fiume e della ferrovia lo trattengono inseparabilmente, quando non è a Nizza, la sua residenza ufficiale.

Un uomo forte che si è sempre saputo imporre, che ha saputo guadagnare il rispetto e la stima di molti, la riconoscenza dei tanti allievi della libera accademia che con convinzione ha creato e diretto a Rosignano, l’apprezzamento di grandi critici e estimatori della sua pittura. La Toscana porta a chiare lettere e rigorosi colori le sue impronte. Dove si viaggia, dove grandi gruppi di uomini partono e arrivano, nelle stazioni dell’esistenza, lì Schinasi regala ai viandanti il suo linguaggio, la sua arte. Alla stazione di Pisa, come a quella di Cecina o a Grosseto campeggiano i suoi affreschi. Anche all’ippodromo di San Rossore Daniel Schinasi ha regalato uno squarcio del suo neofuturismo.

La moglie “Jasmine” (Manuela Natalini) riordina le sue opere. Daniel ne riempie la casa, ama circondarsi del suo lavoro e con determinazione continua a dipingere ore e ore del giorno. Instancabile e tenace. Ama la lettura e la musica. Parla volentieri dei propri figli Sarah e David, ne va orgoglioso e con loro ripercorre alcune tappe della sua carriera artistica. Ricorda il “periodo livornese” a villa Frattini, la Baracchina e il porticciolo di Antignano, ricorda l’esodo, il dolore dell’abbandono, la scoperta della pittura, le esperienze a Montmartre, la decisione di vivere in Francia, la sua esaltazione dell’uomo, sopra ogni altra cosa.

Quali sono i suoi valori, Daniel?
“L’esistenza della vita stessa e degli altri. Il rapporto che c’è fra gli uomini e il rispetto reciproco sono valori fondamentali. Il compito più importante è quello di innalzare la figura umana e di esaltare il valore assoluto della pace. Credo che una delle basi del vivere civile sia la convivenza e la tolleranza. Se rispetti l’uomo e i suoi valori non gli fai la guerra”.

Quali sono gli interessi e le passioni che dominano la nostra civiltà?
“Malgrado le religioni che sembrano educare le persone, esistono ancora grandi problemi di tolleranza dettati soprattutto da inimmaginabili interessi economici. La nostra civiltà è sovvertita al punto tale che scontri tra uomini avvengono ogni giorno e nuove vittime vanno a sommarsi alle tante vittime di guerre inammissibili, ingiustificabili. Penso che ci sia nel nostro mondo troppa invidia, troppo egoismo e l’avaro possesso delle cose che nell’uomo di oggi è maturato a dismisura. Persino nei bambini si notano certi atteggiamenti sbagliati. Non so se hanno preso le mosse dai loro genitori. Certo è che sembra scomparsa la purezza. Questi atteggiamenti sembrano innati nell’uomo e li ho riscontrati anche nelle civiltà più povere, ad Alessandria d’Egitto per esempio, anche se adesso la situazione generale mi sembra davvero peggiorata. C’è da preoccuparsi.

Qual è il consiglio che può dare ai giovani?
“I giovani devono imparare a rimanere sé stessi. Studiare, approfondire, ricercare. Di questo si devono nutrire le giovani generazioni. E per capire e amare il presente, l’arte contemporanea, devono conoscere i grandi maestri del passato e non dimenticare le origini, l’arte egizia, le grandi civiltà asiatiche e del Sudamerica, gli etruschi e tutte le tappe fondamentali della nostra storia. Credo che vi sia un aspetto distruttivo nei giovani di oggi, sommersi di immagini, sovrastati dalla televisione, dal potere mediatico, dalle mode che facilmente creano miti e altrettanto velocemente li distruggono. Nei tratti dei giovani artisti contemporanei vedo stati d’animo psicopatici, nevrotici. I giovani non devono puntare alla commercializzazione delle loro opere, devono avere pazienza e non sentirsi arrivati. Ci vuole molta umiltà nella vita e nel lavoro. L’opera di una artista si rivela nel tempo e parla da sola”.

Come si è avvicinato alla pittura?
Non avevo mai dipinto fino a quando nel ’53 un mercante armeno mi commissionò quaranta bozzetti, vedute di paesaggi e città. Fino ad allora avevo disegnato solo qualche nudo di donna e per eseguire quel lavoro avevo solo alcune cartoline da cui trarre ispirazione. Allora comprai i tascabili Mondadori e da quelli cominciai a conoscere i grandi pittori del Rinascimento e del Barocco fino agli impressionisti. Quando scoppiò la guerra di Suez e con la mia famiglia dovetti lasciare il mio Paese, misi tascabili e disegni in due valige. All’imbarco, nella fretta, ne persi una, conteneva tutte le mie prime opere. Era il 18 dicembre 1956. La nave che ci portò in Italia si chiamava Esperia. Approdammo a Venezia. Ricordo il viaggio in quelle stive grigio verdi. Eravamo quaranta profughi italiani, alcuni di religione ebraica, altri cattolici. Fummo ben accolti e attraverso la comunità ebraica ci stabilimmo a Livorno. Mio padre era originario del posto. E’ infatti a villa Frattini ad Antignano, una frazione della città labronica, che ho dipinto il mio primo murale. Dal 1956 al 65, per nove anni dunque, la mia dimora fissa fu Livorno. Avevo lo studio in via Fratelli del Conte. Lì creai le primo opere neocubiste e neo futuriste.

Come nasce la sua concezione neofuturista dell’arte?
“Mi trovai in conflitto con i futuristi per la loro concezione filosofica della vita. Non sopportavo in loro l’idea di eliminare, di sminuire la figura umana e fu allora che improntai il mio lavoro sull’elevazione dell’uomo, delle sue capacità, della sua dignità indipendentemente dal suo stato sociale. Perché in realtà senza l’uomo e la sua intelligenza la macchina non sarebbe mai esistita, mai avremmo assistito allo sviluppo della tecnologia. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente il mondo della fabbrica. Prima ad Alessandria d’Egitto lavorando per la Citroen, dopo in Italia quando fui assunto alla Piaggio di Pontedera e da operaio fui a breve inviato come ispettore in India. Ricordo ancora i tanti viaggi in treno verso Pontedera, quando riempivo il tempo disegnando ritratti e figure dei passeggeri che trovavo nella mia carrozza”.
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