Larve - Massimo Attardi
LARVE

Immobili velati corpi di donne esibiscono l’involucro esterno della loro inerme sensuale femminilità. Statiche irrompono il vuoto che le circonda. Larve innocenti e provocatrici cadute nella trappola della nuova civiltà, dove l’immagine prevale troppo spesso sull’anima. E l’anima precipita nel turbine dell’apparenza.
Massimo Attardi solca l’espressione femminile attingendo dal suo stesso involucro esteriore ogni strumento di seduzione, forme e sinuosità irriverenti, affascinanti corpi di umana bellezza, nobilitati di un’estroversa e fragile attitudine alla vanità, caricati di uno statico potenziale erotico .
Come riesumate da un passato intangibile le immagini assumono la veste contemporanea della precarietà del reale. Corpo come unico e isolato mezzo espressivo, privato dei consueti catalizzatori, lo sguardo e l’espressione del volto. La marcata espressività che rimanda alla Pop art, colori che si impossessano della forma e ne mutano aspetto e carattere, sono ciò che contraddistingue la ricerca di Attardi, fotografo che oppone alla consueta vocazione documentaria della fotografia, l’esaltazione dell’autonomia dell’immagine. «Parto da una foto interessante, uso la gomma bicromata a me congeniale e il legno come supporto, pur avendo sperimentato e utilizzato materiali tra i più disparati. Recupero una tecnica antica che risale al 1849 e lavoro con un’emulsione che varia secondo il pigmento. Ripeto più volte i passaggi per poi esporre le pellicole alla luce ultravioletta. In questo modo ottengo una sovrapposizione che produce molteplici sfumature e dà corpo all’immagine, che non è mai ritoccata».
Simbolo della caducità della vita umana, queste figure fuori dal tempo vagano verso il destino ineluttabile, trascinate una dopo l’altra, rassegnate o ignare nella coscienza dell’impossibilità di sottrarsi alla propria sorte. Così vedeva Klimt le sue donne fluttuanti nello spazio di nuvole, avvolte da colori velati. Oggi la donna, secondo Attardi, riempie lo spazio come una presenza talvolta violenta e ingombrante nel suo istinto, aggressiva ed estatica, eppure a tratti palpabile o evanescente, nell’intermittenza di emozioni incapsulate nella tela.
Donne o adolescenti, esseri fatali come voleva intenderle Munch che nella «Pubertà» realizza una singolare fusione di innocenza e di colpa caricando il corpo della ragazzina di sottintesi sessuali tanto più conturbanti, quanto più misteriosi. Attardi opera un transfert della forma per contestualizzare la rappresentazione nel contemporaneo. Produce una donna – corpo- oggetto incapace di raccontare la propria interiorità. Amalgamata nella materia e nel colore, lei cambia persino le sue sembianze. Bellezza e perfezione estetica in una radiografia sensibile della vita. Nel vortice del superficiale, aggrappati alle radici del passato.
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  Critiche - 20/10/2002