Tempo del sogno
(dal Tirreno - Cultura)
Da 150 mila anni la loro cultura è rimasta immutata ed è sopravvissuta fino ad oggi. La chiamano «Dreaming» ed è un tutt’uno magico con l’origine della vita aborigena. Una dimensione mitologica, «Il tempo del sogno» che rivive nelle manifestazioni spirituali, nelle cerimonie, negli oggetti d’arte ispirati alla tradizione, in ricordo dell’origine del mondo.

Ed è al «Tempo del sogno» che si richiama la mostra di «Arte figurativa tribale degli aborigeni australiani» allestita a Firenze da lunedì fino all’8 dicembre nel complesso delle Oblate che ospita la biblioteca comunale centrale in via S. Egidio 21.

Un’importante collezione che raccoglie 75 manufatti artistici contemporanei provenienti dai principali musei d’Australia: boomerang, bastoni del vento (didjeridoos), graffiti, dipinti sul corpo e pittura del terreno, la più tipica tra le forme espressive aborigene.

La mostra promossa dal comune di Firenze e curata dagli architetti Luca Faccenda e Marco Parri, riunisce le opere di artisti che in un mondo sempre più standardizzato e monoculturale fanno dell’arte tribale un solido baluardo della diversità. Tra i principali autori Djambu Barra Barra, Paddy Fordham, Gary Simon Jagamarra, Wenten Rubuntja, Dorothy Napangardi e Allan Kenpa.

Quattro i momenti del percorso espositivo: tra gli oggetti di rito, un cestello in corteccia d’eucalipto con una rara pittura di “uomo venuto dallo spazio”, boomerang e didjeridoos. Nella sezione dedicata alla pittura del corpo prevalgono autrici donne.

Al contrario che in Occidente, in Asia l’arte aborigena è una pittura al femminile. Le donne sono custodi della tradizione e le pitture magiche dai significati esoterici che adornano i loro corpi durante i riti vengono riprodotte sulla tela per essere tramandate alle generazioni future.

Si prosegue il viaggio passando alle figure di spiriti e animali che prendono spunto dai soggetti affrescati e dai graffiti delle pareti delle grotte del Centro Nord del continente. Simboli con cui “gli eletti” continuano ad ispirarsi per celebrare riti magici.

Infine la pittura del terreno, una delle forme di comunicazione più diffusa degli aborigeni, in mancanza di un linguaggio scritto, indispensabile per tramandare gli aspetti pratici del sapere ( caccia, ricerca di cibo o acqua), riti del fuoco o dell’iniziazione.

Pigmenti naturali trasferiti con mezzi rudimentali sulle superfici tanto da creare vere e proprie mappe che individuano grotte o sorgerti d’acqua in un reticolo di punti di colore, i segni lasciati sul terreno dagli stessi aborigeni e dalle loro prede.
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  Recensioni - 05/11/2003