La scuola di Micheli - da Modigliani a Lloyd
(dal Tirreno – Cultura)
Un “falso Benvenuti” di pugno del celebre Amedeo Modigliani (con tanto di specialità del caffè Bardi - “gelati, buccellati, confetti” – stampate sul foglio) è il pezzo più curioso della mostra “La scuola di Micheli – Da Modigliani a Lloyd” allestita a Livorno, ai Granai di villa Mimbelli fino al 21 novembre.

Curata da Franco Sborgi, la rassegna presenta un’ampia panoramica delle opere della scuola di Guglielmo Micheli (Livorno, 1866 – 1926), allievo prediletto di Giovanni Fattori, celebre per aver aperto e diretto a Livorno una scuola di disegno frequentata da molti giovani artisti fra i quali Amedeo Modigliani, Llewelyn Lloyd, Gino Romiti e Manlio Martinelli.

Aperta dal martedì alla domenica con orario 10-13 e 16-19, la mostra presenta una scelta di opere di Guglielomo Micheli, che documentano i diversi momenti dell’attività dell’artista, dalla fine degli anni Ottanta agli anni venti del Novecento, in un percorso che sottolinea tanto la fase iniziale di forte ricalco fattoriano, dai due Ritratti della moglie al fresco realismo di Preghiera o di Ragazza seduta ( 1891) fino ad opere come Carro rosso e Bambine sulla spiaggia (1910-1920) in cui il colore, ridotti gli elementi descrittivi chiaroscurali di dipinti come Porto di Livorno (1895), assume connotazioni più sintetiche e costruttive dovute anche alle ricerche dell’allievo Lloyd.

In questa prima sezione si può seguire il progressivo distacco dell’eredità realista di opere come Vecchia che chiede l’elemosina (1896) o gli impliciti riferimenti macchiaioli di dipinti come La visione (1898) o l’innovativo taglio di Quiete (1898).

La sezione è completata da un’articolata scelta di opere di altri allievi di Micheli, come Gino Romiti, Giulio Cesare Vinzio, Manlio Martinelli che saranno veri punti di riferimento del gruppo dei pittori labronici, in cui più forti sono le componenti naturalistiche, con raffinati echi francesi come in Fruttiera con arance o come, di diversa tematica, il nomelliniano Andando in fabbrica (1901).

La centralità della figura di Lloyd fa sì che a lui venga dedicata la seconda sezione, dove si mettono in evidenza la complessità di riferimenti e di sperimentazioni che segnano la fase più importante della sua attività fra la fine del primo decennio del secolo e gli anni Quaranta. Studi di ritratti e nudi femminili di forte sintesi costruttiva si integrano alla rarefazione del paesaggio in una mutazione della ricerca che approda alle opere di Mario Puccini e Oscar Ghiglia.

«Il superamento definitivo della visione ottocentesca e fattoriana – spiega il curatore Franco Sborgi - si affianca ad una progressiva ricerca di sintesi e di restituzione sempre più netta del valore costruttivo del colore e della sua autonomia rispetto al dato descrittivo, aprendo nuove prospettive della cultura figurativa italiana dei primi decenni del Novecento».
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  Recensioni - 22/09/2004