Per Anna Ka
Come la pellicola di un film che scorre velocemente per produrre i fotogrammi dell’esistenza. Fotogrammi in continuo movimento.

Che producono immagini di una realtà forzatamente limpida. Un messaggio che il regista Kubrick riesce a trasmettere con il suo overlook. Eppure nel guardare tali simmetrie si perde l’azione, si resta disorientati alla ricerca del soggetto. L’anima si esaurisce. Tempi e luoghi si sovrappongono, si bloccano nella staticità.

La moda come proiezione dell’immaginario collettivo con il suo sistema espressivo che genera soggetti-oggetti, esasperati nella loro ricercatezza e si afferma nell’aleatoria evanescente quotidianità, è il motivo dominante dell’evoluzione espressiva di Anna Ka.

Sono soggetti deificati. Miti che attimo dopo attimo si materializzano per condensare attraverso un’accurata meccanicità quell’incessante sdoppiarsi per il moltiplicarsi ancora dell’icona. E’ oggetto di devozione, immagine sacra, eikòna dipinta anticamente su legno, donna inesorabilmente soggetto-oggetto della trasposizione del messaggio pubblicitario.
Nelle espressioni cristalllizzate, opalescenti, delle modelle, si scorgono false pose di maschere meccaniche. Suscettibili e fragili; bambole di porcellana.

L’atteggiamento antinaturale oppure la ricercata e languida espressività. Gioia, dolore, consapevolezza, innocenza, noia, eccitazione, mania di protagonismo, stati d’animo che si assottigliano, salgono in passerella, puntano l’obiettivo e lo centrano.

La scelta delle immagini in primo piano - le figure sdraiate nella loro totalità o nel particolare – è frutto dell’accurato motivo di una ricerca che viene dalla pop art. La linea, la forma, l’effetto cromatico, sono minuziosamente simmetrici come in un grande mosaico, i cui piccoli tasselli di smalto colorato vengono sovrapposti a una base dorata (microcosmo nel macrocosmo).

La moda perde, lugubre, silenziosa, impotente, concepita per sgretolarsi, naturale punto di partenza di un percorso e un processo che i mass media e la cultura del XX secolo rendono indistruttibile.

Un meccanismo che procede velocemente, senza ripensamenti, utilizza e getta. Genera inesorabili immagini concrete, inesorabili sentenze, simboli prescritti, lapidi e statement.

Sul cumulo di quelle antiche rovine piccoli brandelli di garze e di cartapesta s’impongono nell’immaginario, dense trasparenze di tele quadrate dove il messaggio resta interiorizzato nel buoi, nel mistero.

Segue uno stile all’insegna del bicolore, dove con il contrasto cromatico dei rossi e dei neri il soggetto si arricchisce di applicazioni sintetiche di petali di rosa. Sono gli oggetti del desiderio recondito di ogni donna, inutili ma graditi, superflui ma indispensabili per consumare come in un rito l’oggetto del desiderio.

Simulacro di una civiltà che con le immagini procede senza sosta, Fiori come abiti, biancheria intima, acconciature ricercatissime o essenziali ma istintivamente, morbosamente, meta ed obiettivo da perseguire. La vanità, la femminilità, gli abiti, sono lo status symbol delle donne di ogni epoca.

Soltanto indagando da vicino le grandi tele si possono cogliere simboli di una sacralità nascosta, sensibili accorgimenti nella disposizione delle figure dispotse su diagonali che s’intersecano.

Incroci che rievocano riti antichi e antiche simbologie. Una spiritualità che scende nell’intimo di ogni pura forma. Arcate di un tempio costruito e riprodotto nelle varie epoche. Alla vacuità dell’immagine si contrappone l’essenza, l’anima di queste creature modulari è riproduzione dell’inutile mimica dei riti a cui non possiamo sottrarci.

E per Anna Ka queste figure rappresentano gli innumerevoli punti di vista che esistono per chi guarda il mondo, per un autobiografico modo di osservare le cose e trasmetterle. Sono vite parallele, complici e vittime del loro utilizzo che inesorabili si ripetono fuori e dentro l’individuo.

Persino le stanze della sua casa. La sua camera, il salotto dalle barocche e sinuose disposizioni, assumono l’essenza di luoghi in cui immagini e riti sono ripetuti.
In queste atmosfere auree, dove le figure sono disposte in una struttura prestabilita, quasi matematica e chiasmatica, tutto si verifica e si esaurisce.

Nessun soggetto si racconta. Nessuna figura femminile parla appieno della sua esistenza, sono i fotogrammi a darci la consapevolezza dell’insieme, che ci rimanda tuttavia a quel senso di disorientamento e di incoscienza, insito nel sistema pubblicitario.
La donna si moltiplica nello specchio senza sosta e riproduce la propria immagine.

E’ un overlook della femminilità convenzionale, imposta. Non emette giudizi. Eventualmente approda all’ambiguità dell’immagine. “Tutto può essere trasmutato, il maschile si può rovesciare nel femminile, l’impuro nel puro, a patto che il fisso si sgretoli”, come sostiene Germano Celant ne Il tempo e la moda, catalogo della biennale di Firenze del 1996.
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  Critiche - 08/11/1999