L’ora dell’agguato - Max Mazzoli
L’ora dell’agguato (Max Mazzoli 2005) olio su tavola cm120x170
Max Mazzoli 2005, olio su tavola cm36x56
Max Mazzoli 2005, olio su tavola cm 52x76
Max Mazzoli 2005, olio su tavola cm 74x105
La luna invade con la sua luce riflessa la scena. E’ Lollove, un paese nella provincia di Nuoro, il palcoscenico nel quale Max Mazzoli ambienta la grande tela intitolata “L’ora dell’agguato”.

L’artista immagina che in quella casa, dal chiarore di quella finestra, i protagonisti nascosti stiano complottando con la complicità della notte. Perché Mazzoli, sardo d’adozione e livornese di nascita, è affascinato e rapito dalle atmosfere lunari e misteriose che animano la terra che lo ha accolto, un paese in cui è giunto “straniero” molti anni fa.

Ed ecco che il suo punto di vista esterno gli ha permesso di recepire e poi trasferire in pittura scene e suggestioni vissute di fronte ai paesaggi e alla gente che ha incontrato.

Nei suoi lavori figurano così anche la Tomba dei giganti, le mura di una casa e una donna vestita del suo abito nero con la brocca sul capo che cammina lungo un sentiero, un pastore con le pecore, una donna in costume tipico.

Attimi vissuti e ritrovati nelle scene di alcuni film come “Disamistade” (1988) regia di Gianfranco Cabiddu, “Padre padrone” (1977) di Paolo e Vittorio Taviani, “Banditi a Orgosolo” (1961) regia di Vittorio De Seta, “Proibito” (1954) di Mario Monicelli con Amedeo Nazzari e Lea Massari.

Perché l’artista attratto dall’infinità delle immagini offerte dal cinema, ne isola alcune, e con i suoi fermo immagine le osserva , le seleziona, ed infine le ingrandisce per dare nuovi significati e nuovi valori estetici e cromatici all’immagine, di una bellezza prima sconosciuta.

Un iperrealismo stilistico e concettuale del mondo contemporaneo che gli permette di accostare su un piano parallelo il popolo sardo con gli indiani d’America, come ha fatto Fabrizio De Adrè nel 1981 nell’album “Indiano”.

Così come “Disamistade” è anche il titolo di una canzone dell’ultimo album del cantautore, “Anime Salve”, del 1996.

Gli indiani del West americano non si discostano molto, nella lettura che ne fa De Andrè, dai pastori sardi. Sono portatori di una cultura "altra" rispetto a quella della civiltà dominante. Abitano anch’essi gli spazi liberi di praterie o montagne e, come i sardi, conoscono la libertà e, conseguentemente, la violenza della repressione di chi quella libertà vuole negare insieme alla loro “diversità”.

Sardi e indiani per De Andrè e per Max Mazzoli non sono solo soggetti storici ma anche figure simboliche che non si discostano, per le esperienze che vivono o subiscono, dai personaggi "altri" cantati e ora raffigurati in queste opere, per questa mostra.
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