Valente Taddei: Oltre il logos
Fuori dal tempo, dentro lo spazio, un minuscolo individuo conduce la sua esistenza, rapito tra i grovigli della vita, nelle vesti di improbabile protagonista, per quanto la sua forza e al contempo la sua fragilità gli consentono di procedere.
Estatico, presente come un punto nel macrocosmo, il piccolo uomo si stupisce, vive assorto un senso di straniamento e resta sospeso tra ciò che egli stesso ha costruito e il mondo che lo circonda.
Il viaggio tra i simboli che lo accompagnano all’alternarsi del giorno e della notte lo rende interprete di un ruolo molteplice. In cuor suo si sente avido di sogni e di traguardi. Molto di sé ha da regalare all’universo: il coraggio, l’intuito e le continue dimostrazioni di ingegno nel saper affrontare il quotidiano lo riempiono di speranza. Ma inesorabile il tempo scorre su di lui, grava sul suo corpo, mentre l’omino prova a imporre la sua volontà, opponendosi con la sua forza effimera alle lancette del grande orologio dell’esistenza.

Valente Taddei gioca a vestire questo microscopico individuo dei ruoli più disparati: con stile minimalista, ne racconta le potenzialità e la determinazione, il coraggio e la complessità. Questo uomo appare sostanzialmente “fuori luogo”: un filosofo che vive del suo esistenzialismo, rispondendo in parte all’arcana coscienza universalistica. Gioca al paradosso delle sue aspirazioni, mentre ineluttabile effimera resistenza oppone all’inesorabile sconfitta. E’ il grande gioco del suo destino, che lo spinge ad osare. La ricerca di una verità possibile, delle infinite passioni che lo animano, lo conduce all’apice-paradosso delle sue capacità.

In Firmamento, il nostro personaggio sembra aver disegnato lo spicchio di luna che sta lasciando alle sue spalle, sulla linea dell’orizzonte di una terra che oppone il suo calore al cielo plumbeo, viola intenso: sembra in cerca di una fuga dal suo destino già scritto, già definito.
In Flash, l’omino è intento a ricondurre a sé l’energia di una nuvola. Può trarre beneficio persino da certi agenti atmosferici imprevedibili, mentre ne L’indovino lo si ritrova impegnato nel proteggersi dalla pioggia che cade, grazie alla sua superba capacità di leggerne tempo e luogo: è però ignaro del fatto che quel groviglio potrebbe precipitarsi su di lui, estendere la sua forza agente e distruggerlo.

La visione parziale e limitata dell’uomo è descritta in Illumination: il suo sguardo, la sua capacità di intervento è circoscritta a quel raggio di luce oltre il quale l’omino non può procedere. Surreale e fantastica la scena dell’ Incantatore: di fronte a un elemento più grande di lui che egli stesso ha creato, l’omino rimane sorpreso, quasi si compiace. Eppure quel groviglio di fili sospeso e sospinto verso il cielo è ancora una volta l’effimero, l’inutile. Ad esso è legata l’immagine Niente da dire, in cui l’omino in tutta naturalezza rappresenta il vuoto concettuale, la staticità e la rassegnazione del presente.

La monotonia e la routine velate di spensieratezza traspaiono nel Passatempo: l’omino disegna nuvolette equidistanti e simili, un esercizio di stile del tutto privo di senso, in linea con la sua filosofia di vita. In Spegnistelle, inerpicato su improbabili trampoli, è impegnato a spegnere le stelle una ad una, credendo persino di potersi sostituire a Dio. Questa sua presunzione lo vede intento anche a realizzare una scaletta sottile con la quale pensa di raggiungere la luna: Scalaluna esemplifica le grandiose opere che l’uomo vuole realizzare, e che molto spesso si rivelano vane.

Analogo il gioco intrapreso dal Don Quijote: l’omino compie la sua battaglia su un cavallo a dondolo, lotta contro le trame e i grovigli del filo che lo circonda. Surreale la scena, un assioma tra divertimento e inutilità del ruolo strategico e beffardo che il cavaliere si è dato.
Fuoriluogo, al limite del fantastico, dell’onirico, l’omino prosegue il suo viaggio. Sulla Scogliera, con un enorme ago tiene la trama del filo intrecciato sotto ai suoi piedi: quanto resterà nell’oblio di quell’attimo? Shock stimola una riflessione sulla complessità della mente umana: l’omino disegna a maglie ingarbugliate un grande groviglio, una massa cerebrale che lo sovrasta, che valica i confini del possibile.

Tempo al tempo è l’originale tableau vivant che Taddei inventa per raccontare anche altre scene grottesche dell’esistenza. Al primo impatto l’immagine può risultare ironica: l’omino cavalca la chiocciola, la illude con una carota, e si lascia trasportare dalla sua stessa lentezza, si sente capace di governare le risorse naturali della terra. Ma dove lo porterà questa sua volontà? Potrà realmente orientare il tempo e lo spazio a suo favore?

Taddei dipinge l’uomo e i suoi infantili tentativi che lo raffigurano nel mondo dell’assurdo, cercando però di sdrammatizzarne un destino ineluttabile. L’uomo è il protagonista del grande palcoscenico della vita. Eppure, con le sue opere, l’artista sembra voler ristabilire i giusti limiti entro cui l’uomo stesso può muoversi, umile granello di un universo che potrebbe vivere tranquillamente senza la sua presenza.

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  Critiche - 19/04/2009