Metamorfosi - Giada Fedeli
Rappresentare l’interiorità, far emergere la parte nascosta del proprio io per glorificare l’ambigua propensione femminile alla tolleranza della verità. E’ con questo messaggio di fondo che Giada Fedeli crea i suoi lavori abitando in scenari minimali i suoi grandi volti scavati di pensieri e sguardi, a volte profondi, a volte profondamente disarmanti nel loro cieco chiudersi di fronte agli spettatori, ospiti privilegiati di una disumanizzazione che è prima di tutto perdita dell’identità.

Eppure lo stile di Giada Fedeli è minutamente descrittivo, attentamente documentaristico nella definizione dei particolari, ricco di dettagli, compiaciuto nella ricerca di un’armonia compositiva che privilegia impostazioni centrali ed equilibrate asimmetrie.

Come fermare il tempo aiuta a meditare sui particolari che permettono di accedere a una forma superiore di conoscenza di sè e del mondo, così l’unità di sensi concentrata nei simboli che l’artista sceglie per i suoi quadri si frantuma in due prospezioni: da una parte la consapevolezza che ispira l’opera psichica, sensoriale e intuitiva, dall’altra parte la realtà che è qualità della visione e percezione del mondo: critica, razionale e cognitiva.

Una metamorfosi dell’io, un’oscillazione ambigua di razionalità ed emozioni, che l’artista riesce a trasferire sulla tela.

Come per effetto di un infantile horror vacui, la tela è completamente ricoperta dai segni e dal colore, ridondante di tonalità smaglianti, secondo una vena ispirativa quasi folkloristica che affonda le sue radici nelle antiche tradizioni popolari arricchite di simboli, conferendo ai dipinti di Giada Fedeli una visione pluri-prospettica e parallela della realtà e del sogno.

La stessa associazione fra la madre-dea con il simbolo pesce-fertilità è evidente fra i simboli che l’artista raffigura, come pure la chiocciola che evoca il lento percorso spirituale, il processo di iniziazione che esige tempo e pazienza e richiama al mito di Penelope e Ulisse.

Ciò che, in tanta semplicità espressiva, introduce una nota di straniante originalità, che ci fa capire che siamo davanti ad una pittura colta e raffinata molto più di quanto voglia sembrare, è l’abilità nel mediare la presenza di elementi fantastici ed oggetti comuni in apparente incongruenza, l’accostamento di rappresentazioni francamente anatomiche, riflessioni sulla potenza della sessualità, sulla fisicità, sulla carnalità, con richiami e riferimenti alla psicologia, all’identità, secondo una capacità di sintesi del tutto personale di impronta metafisica e surrealista.

Emerge tra le opere il mito ovidiano di Narciso colto nella sua accezione forse più drammatica: è il "rischio del fallimento"che genera nell’individuo un sentimento di dolore, che istintivamente egli prova a debellare rifiutando di correre questo rischio: il rifiuto della sofferenza esclude a priori la possibilità di avere un successo: per non rischiare il fallimento finisce per tradire se stesso separandosi dalla propria immagine.

Giada Fedeli però rilegge questo e altre eco di miti classici che affollano le sue visioni pittoriche.

Qui esplode in tutta la sua ammaliante “follia” la contrapposizione tra la donna (madre o amante, oscenamente disinibita nelle sue pose, anche le più caste) e l’uomo, ridotto a simbolo (ora melograno – prosperità e fertilità, cielo, nuvola, sfera, albero…) che – è solo una delle possibili chiavi di lettura che l’artista offre al suo pubblico - cerca di abbeverarsi e succhiare la vita insinuandosi nel quadro e nei sogni che tentano la donna da una finestra, o da uno scorcio surreale e improvviso, cercando una metamorfosi impossibile che finisce per sublimarsi nel disagio della donna che lo aspetta (o che lo teme?).
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  Critiche - 26/03/2010