Intervista a Max Mazzoli (pubblicata su ’Livorno Cruciale’ n. 6 - 2011)
Mezza vita a Livorno, l’altra mezza in Sardegna, dove vive ormai da vent’anni. Una vita comunque sempre trascorsa a lavorare, cioè dipingere: Max Mazzoli, classe 1953, è uno dei grandi artisti contemporanei prodotti dalla nuova Livorno post bellica.

Max, partiamo dall’inizio, raccontaci di te e della tua Livorno

Sono nato nel quartiere Venezia, mio padre, Bruno, era un artigiano decoratore e pittore, come del resto quasi tutti i miei zii paterni, ad eccezione di Carlo Mazzoli, che ha sempre vissuto solo di pittura ed è stato uno dei miei primi maestri. Per questo la nostra casa era frequentata da pittori, fotografi, anarchici ed intellettuali perditempo. Due figure che ricordo meglio ed hanno avuto per me un’importanza fondamentale: Voltolino Fontani, perché abbandonate le scuole professionali ho frequentato per 4 anni la sua libera accademia, dove ho approfondito le tecniche classiche della pittura e del disegno e Mario Nigro, di cui sono stato allievo ancora bimbo. Nigro e mio padre sono stati per me come un timone, ed io quella direzione non l’ho più lasciata: stare fuori dagli stereotipi del folclorismo macchiaiolo, dalle baruffe da reuccio di quartiere, ma studiare il segno, la forma, le proporzioni...il colore. Non avere paura di sperimentare e sondare nuove tecniche... Così mi avventuravo nel surrealismo, nel pop, nell’iperrealismo, in un sogno psichedelico in cui giocavo ad essere da un’altra parte... in mezzo tanta miseria e traslochi da un sobborgo all’altro. Era il ’68 e forse in quel sogno psichedelico ci ho creduto troppo e un po’ mi ci sono perso... Nel ’82 la mia prima personale… e poi mi sono perso definitivamente, per qualche anno. Sarebbe troppo lungo raccontare come sono finito in Sardegna, un periodo che con l’arte ha avuto poco a che fare, anche se ho sempre dipinto per vivere. L’arrivo in questa meravigliosa isola è stato del tutto casuale, durante una classica "fuga da noi stessi".

La tua pittura, tra ispirazione dal mondo del cinema e dell’immagine televisiva...

Il cinema è per me un immenso contenitore di tutto l’immaginario possibile in continua evoluzione. Una fonte di immagini da filtrare attraverso lo schermo televisivo. All’inizio, usando i vecchi tv e videoregistratori analogici, il risultato della foto-schermata dava già un’idea delle luci e i pixel della pennellata. Centinaia di scatti, una scrematura senza pietà, il tutto alla fine era solo il mezzo ispirante per il fine pittorico. Adesso, pur seguendo la stessa direzione, sono diventato meno rigido nella mia ricerca, non meno scrupoloso, ma più sereno. Mi sono adattato al computer e alla fotocamera digitale, ma ho ritrovando anche il gusto di rielaborare semplici foto (la fotocamera è quasi sempre con me) e bozzetti, dando più spazio alla narrazione e passando in secondo piano l’importanza della pura tecnica, che comunque per quanto mi riguarda, è una base fondamentale. Insomma,alla fine mi sono abituato a proporre l’immagine (con o senza l’aiuto di schermate tv o desk) in modo che la tavola, la tela, il plexiglas o qualunque altro supporto possibile, possano essere interpretate come la riproposizione pittorica di una finestra multimediale.

C’è stato un viaggio nella tua vita che ha dato impulso al tuo linguaggio e alla tua ricerca... me ne parli?

Già, diciamo impulso sotto forma di sfrenato entusiasmo fanciullesco. Come andare alla Mecca per un fervente mussulmano almeno una volta nella vita. Trovarsi a Monument Valley è stato come essere sul set di "Sentieri selvaggi" , "Ombre rosse" e tutti gli altri "classici" girati in Arizona. Traversare quella regione degli USA in macchina, da una riserva indiana all’altra fino ai Four Corner, risalire verso il Gran Canyon, poi il Nevada, Las Vegas: meravigliosamente assurda! E’ stato un film durato 10 giorni. Poi il Nord Carolina, dove Francesca, la mia compagna, ha una sorella: li ci siamo trattenuti più a lungo ed è stata la base per qualche puntata nel meraviglioso sud, con le grandi case di "via col vento" e i sobborghi dove entravamo sempre con un po’ d’ansia: la civiltà occidentale ha saputo ricreare con eccezionale maestria quei luoghi di disagio che l’hanno sempre aiutata a restare a galla. Poi New York, per descrivere le mie sensazioni nel viverla, anche se per poco, citerò uno dei film che più amo e che più mi hanno dato: "Taxi driver" .

Cosa hai trovato in Sardegna, dove ormai vivi da 20 anni?

Come dicevo, l’approccio è stato quasi casuale, nell’88. Ho vissuto i primi 4 anni tra Livorno e la Costa Smeralda, rimanendo da maggio fino ad ottobre inoltrato. A Porto Cervo, il primo anno, ho fatto praticamente l’artista di strada, dipingendo dal vero per i turisti, le varie vedute delle piazzette e dei punti più affollati. Mi sono creato un personaggio, interpretando la parte dell’artista-cialtrone. Ma fu l’anno dopo che ci fu la svolta che mi convinse a rimanere. Trovai, per una serie di coincidenze, un locale vuoto sulla marina di Porto Rotondo, a un buon prezzo e (incredibile!) senza caparra né mese anticipato. Sulla facciata, sopra l’ingresso e la vetrina, misi un pannello enorme con su scritto: MAX MAZZOLI atelier, si vedeva sin dall’ingresso delle varie barche e panfili, al porto. Divenni subito il più famoso artista sconosciuto di Porto Rotondo. Pranzavo e cenavo, spesso invitando amici e amiche occasionali, nei migliori ristoranti del porto e pagavo in quadri, a volte ricevendo anche il resto. Il personaggio era ormai rifinito in tutti i suoi particolari: abbigliamento, abbronzatura, capelli, atteggiamento e sbronze (autentiche!) comprese. Gli inviti sulle barche e alle feste private ormai si sprecavano. Dipingevo poco e male… ma facevo un figurone! Passai il periodo più spensierato, superficiale, becero, pericoloso e godereccio della mia vita. E aggiungerò, per dare un‘idea della mia cialtroneria di allora che, di tutte le persone che ho conosciuto e che avrebbero potuto farmi comodo, non ho conservato né un indirizzo né un numero di telefono. Non rimpiango niente di quei momenti, ma se non li avessi vissuti mi dispiacerebbe molto. Nel frattempo però, conobbi anche gente del posto: ormeggiatori, giardinieri, cameriere, baristi; attraverso di loro cominciai a conoscere ed amare l’altro lato della Sardegna, quella vera. Con l’aiuto di alcuni amici sardi, mi trasferii a Sassari. Qui ho trovato un ambiente molto ricco sia a livello intellettuale che artistico e umano. Con la sua bellissima università, con cui ho avuto anche delle collaborazioni, e la sua giovane Accademia di belle arti, questa città mi ha dato un grosso stimolo per ricominciare (nel ‘96) a lavorare seriamente.

E cosa trovi ogni volta che riapprodi nella tua città natale?

Livorno naturalmente è sempre nel mio cuore, li vive ancora la mia anziana mamma; li vive mia figlia, che mi ospita sempre con pazienza e amore, poi ci sono i miei fratelli, i vecchi amici… insomma tornare è sempre una festa. Anche dal punto di vista artistico c’è stato un grande riavvicinamento alla Toscana e a Livorno in particolare. Questo lo devo in parte a mia figlia Maura che qualche anno fa ha aperto una galleria e in parte alla dott. Cristina Olivieri, critica e storica dell’arte, che mi ha coinvolto sempre più spesso in progetti di mostre personali e collettive in Toscana e anche se dopo i fasti della Costa Smeralda ho sempre meno voglia di vedere gente, un invito a cena a casa sua e di suo marito Diego Barsotti (giornalista), non lo rifiuto mai…

Parliamo del centro Kairos, il tuo studio: che è anche spazio espositivo aperto agli artisti e luogo d’incontro.

Il centro Kairos è nato all’inizio degli anni ‘90,sotto la direzione artistica del prof Carmelo Meazza, docente di filosofia all’Università degli studi di Sassari. È uno spazio che con alterne vicende ha avuto periodi di grosso fermento, vi ho conosciuto molti artisti e amici. Lì, dopo anni di divagazioni ed incertezze, grazie all’interessamento del prof Meazza, ho fatto una personale che ha segnato l’inizio del mio nuovo corso. Da allora le collaborazioni si sono succedute sempre più frequenti, finché un paio d’anni fa mi è stato proposto come studio il Centro kairos con l’accordo di mantenere comunque uno spazio adibito a mostre ed incontri, io naturalmente ho accettato ben volentieri.

Cosa immagini per il tuo futuro, in senso artistico e professionale.

Mah, i progetti e i sogni sono molti. Ora sto terminando dei pannelli di grande formato per un grosso committente, poi c’è in cantiere una personale alla galleria Denti & Denti di Sassari, spero per novembre. D’estate ho già in programma due collettive: un festival internazionale di arti visive sul tema della rete e la multimedialità, ad agosto a Castel Sardo, e poi l’appuntamento annuale con un’altra kermesse di arti visive “Arte evento creazione”,che si svolge nell’incantevole vallata di Molineddu, vicino Sassari.
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